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News Storia Peter-Hans Kolvenbach: quando l’eccellenza significa diventare persone per gli altri 

Peter-Hans Kolvenbach: quando l’eccellenza significa diventare persone per gli altri 

Che cosa rende davvero eccellente un’educazione?

Quando parliamo di eccellenza scolastica, il pensiero corre facilmente ai risultati: voti, competenze acquisite, successo negli studi, capacità di affrontare il futuro professionale. Sono aspetti importanti, ma possono davvero bastare per misurare la qualità di un percorso educativo? 

Nella tradizione della Compagnia di Gesù, la risposta a questa domanda ha sempre coinvolto un orizzonte più ampio. La conoscenza acquista pienamente valore quando contribuisce alla crescita della persona e la rende capace di comprendere la realtà, assumersi responsabilità e mettere ciò che ha appreso al servizio degli altri. 

Peter-Hans Kolvenbach SJ, Superiore Generale della Compagnia di Gesù dal 1983 al 2008, ha dedicato una parte significativa della propria riflessione proprio al significato dell’educazione gesuita nel mondo contemporaneo. In anni segnati dalla globalizzazione, dall’accelerazione tecnologica e dall’emergere di nuove disuguaglianze, Kolvenbach ha continuato a porre al centro una domanda essenziale: chi vogliamo che diventino gli studenti che attraversano le nostre scuole e università? 

Il punto, per lui, non era ridimensionare l’importanza della preparazione accademica. Al contrario. Era comprendere quale finalità attribuirle. Una scuola può offrire conoscenze rigorose e competenze elevate, ma l’educazione gesuita chiede che tutto questo contribuisca alla formazione di persone capaci di coscienza, compassione, responsabilità e impegno. 

La vera misura dell’educazione

In un celebre intervento tenuto nel 2000 alla Santa Clara University, Kolvenbach affermò che la vera misura delle università gesuite risiede in ciò che i loro studenti diventano. Una prospettiva che sposta significativamente lo sguardo: dai risultati ottenuti alla persona che progressivamente prende forma attraverso l’esperienza educativa. 

Per Kolvenbach, formare la persona nella sua interezza significa evitare una separazione tra preparazione intellettuale e responsabilità verso il mondo. Non basta conoscere la realtà: occorre imparare a lasciarsi interrogare da essa. 

Da qui nasce la sua insistenza sulla solidarietà come dimensione essenziale della formazione. Una solidarietà che non può essere appresa soltanto attraverso concetti e definizioni, ma che cresce attraverso l’incontro con persone e situazioni concrete. L’esperienza può mettere in discussione ciò che pensiamo di sapere, far emergere domande nuove e trasformare il modo in cui guardiamo gli altri. 

È un passaggio particolarmente significativo per la scuola di oggi. Gli studenti hanno accesso a una quantità di informazioni senza precedenti e possono conoscere, almeno apparentemente, ciò che accade in ogni parte del mondo. Eppure essere informati sulle disuguaglianze, sulla povertà, sui conflitti o sulle fragilità sociali non significa necessariamente sentirsi coinvolti. 

L’educazione può colmare proprio questa distanza: aiutare a passare dalla conoscenza alla consapevolezza, e dalla consapevolezza alla responsabilità. 

Competenza, coscienza, compassione e impegno 

La riflessione di Kolvenbach ha contribuito a definire un modo di intendere l’eccellenza educativa che continua a essere centrale nella pedagogia gesuita contemporanea. Da questa tradizione emerge il riferimento alle cosiddette 4C: competenza, coscienza, compassione e impegno. 

Essere competenti significa possedere conoscenze e strumenti adeguati per comprendere una realtà complessa. Ma la competenza, da sola, non indica ancora come quelle capacità verranno utilizzate. 

Per questo è necessaria la coscienza: la capacità di interrogarsi, riconoscere valori e responsabilità, valutare le conseguenze delle proprie scelte. La compassione permette poi di non osservare la realtà soltanto dall’esterno, ma di lasciarsi toccare dalle esperienze e dalle necessità degli altri. Infine, l’impegno traduce ciò che si è compreso in una disponibilità concreta ad agire. 

Queste dimensioni non rappresentano qualità separate, ma descrivono una persona capace di mettere in relazione ciò che sa, ciò che riconosce come importante e il modo in cui sceglie di vivere. 

In questa prospettiva, anche l’eccellenza assume un significato differente. Non consiste soltanto nel raggiungere il massimo risultato individuale, ma nel comprendere che cosa fare delle proprie capacità. Una competenza diventa realmente significativa quando può contribuire alla costruzione del bene comune. 

Fede e giustizia: un’educazione che incontra la realtà 

Uno dei contributi più importanti di Kolvenbach alla riflessione educativa riguarda proprio il rapporto tra fede e giustizia. Riprendendo il cammino avviato dalla Compagnia di Gesù con la Congregazione Generale 32, sottolineò come la promozione della giustizia non potesse essere considerata un’attività accessoria riservata ad alcuni progetti o momenti della vita scolastica, ma dovesse attraversare la missione educativa nel suo insieme. 

Nel suo discorso alla Santa Clara University, Kolvenbach guardava alle contraddizioni del proprio tempo: progresso scientifico e tecnologico convivevano con povertà, esclusione e profonde disuguaglianze. Una tensione che, a distanza di oltre venticinque anni, conserva una sorprendente attualità. 

La questione educativa diventa allora inevitabile: a che cosa serve formare persone altamente competenti se ciò che apprendono rimane separato dalle grandi domande della società? 

Per la pedagogia ignaziana, fede e giustizia chiedono invece di guardare il mondo nella sua concretezza. L’apprendimento può diventare occasione per comprendere le strutture che generano esclusione, incontrare realtà differenti dalla propria e domandarsi quale contributo personale e professionale sia possibile offrire. 

Non significa trasformare la scuola in un luogo nel quale fornire agli studenti risposte già stabilite. Significa offrire loro strumenti, esperienze e occasioni di riflessione perché possano sviluppare una coscienza libera e responsabile. 

Ciò che gli studenti diventano 

La visione di Kolvenbach continua a parlare direttamente anche alle scuole della Fondazione Gesuiti Educazione, dove la formazione integrale della persona rappresenta il punto di incontro tra preparazione accademica, crescita umana, dimensione spirituale e responsabilità verso gli altri. 

È la stessa prospettiva che ritroviamo nell’impegno a formare persone competenti, coscienti, compassionevoli e impegnate: giovani capaci di affrontare la complessità del proprio tempo senza limitarsi ad adattarsi ad essa, ma imparando a interrogarsi sul contributo che possono offrire. 

Forse è proprio questo uno degli aspetti più attuali dell’eredità educativa di Peter-Hans Kolvenbach. In una società che misura facilmente il successo attraverso risultati, prestazioni e traguardi individuali, la sua riflessione invita a utilizzare un’altra misura. 

Possiamo domandarci che cosa uno studente sappia, quali competenze abbia acquisito e quali risultati abbia raggiunto. Ma possiamo anche porci una domanda più difficile: che persona sta diventando attraverso ciò che sta imparando? 

È una domanda alla quale nessun voto può rispondere completamente. E proprio per questo continua a essere una delle domande più importanti dell’educazione. 

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