Adolfo Nicolás: educare alla profondità in una cultura della superficialità
Abbiamo accesso a più informazioni di quante qualsiasi generazione prima di noi abbia potuto immaginare. Possiamo conoscere in pochi secondi ciò che accade dall’altra parte del mondo, trovare una risposta quasi immediata a una domanda, entrare in contatto con persone e idee lontane. Eppure, avere a disposizione più informazioni non significa necessariamente comprendere meglio la realtà.
Già molti anni fa Adolfo Nicolás SJ, Superiore Generale della Compagnia di Gesù dal 2008 al 2016, aveva individuato in questa trasformazione una delle grandi questioni educative del nostro tempo. La definì “globalizzazione della superficialità”: il rischio che la rapidità con cui riceviamo informazioni, formuliamo opinioni e passiamo da un contenuto all’altro finisca per ridurre lo spazio dedicato alla riflessione, all’approfondimento e al pensiero critico.
Nicolás non guardava con diffidenza alla tecnologia in sé. Al contrario, riconosceva le possibilità offerte dai nuovi strumenti di comunicazione e da un mondo sempre più interconnesso. La sua domanda riguardava piuttosto ciò che questa trasformazione poteva produrre nel nostro modo di pensare, immaginare, costruire relazioni e maturare convinzioni.
A distanza di anni, quella domanda sembra ancora più urgente. In un tempo caratterizzato da flussi continui di contenuti, notifiche, immagini, opinioni e risposte sempre disponibili, una delle sfide dell’educazione può essere proprio questa: aiutare i giovani non soltanto a conoscere di più, ma a comprendere più profondamente.
Quando sapere non significa ancora comprendere
La superficialità di cui parlava Nicolás non coincide semplicemente con la distrazione. È qualcosa di più profondo: riguarda il rischio di fermarsi alla prima impressione, di confondere l’accesso alle informazioni con la conoscenza, di reagire prima ancora di aver avuto il tempo di comprendere.
Nel 2010, rivolgendosi al mondo dell’educazione superiore gesuita, Nicolás osservava come la possibilità di accedere rapidamente a una grande quantità di informazioni e di esprimere immediatamente le proprie reazioni potesse interrompere quel lavoro più lento e faticoso richiesto dal pensiero critico. Non era un invito a rifiutare il cambiamento, ma a interrogarsi su come abitarlo.
Oggi questa riflessione riguarda direttamente anche la scuola. Gli studenti possono trovare una risposta in pochi secondi, confrontarsi con un numero potenzialmente infinito di fonti e, con l’intelligenza artificiale, ottenere testi, spiegazioni e sintesi quasi istantaneamente. Proprio per questo il compito educativo non può limitarsi alla trasmissione delle informazioni. Diventa sempre più importante imparare a valutarle, collegarle, verificarle, metterle in discussione e comprenderne il contesto.
La profondità, allora, non consiste semplicemente nel sapere molte cose o nel dedicare più tempo allo studio. Significa sviluppare la capacità di andare oltre ciò che appare immediatamente, sostare davanti a una domanda, riconoscere la complessità, ascoltare prospettive differenti e non accontentarsi della risposta più semplice.
In questa prospettiva risuona anche il principio ignaziano del non multa sed multum: non l’accumulo di contenuti sempre nuovi, ma la capacità di sostare sulle esperienze, comprenderle in profondità e lasciarsi trasformare da ciò che si apprende. La risposta alla superficialità non è sapere di più, ma imparare ad abitare più profondamente ciò che si conosce.
È un esercizio intellettuale, ma anche umano. Perché la superficialità può riguardare non soltanto ciò che sappiamo, ma anche il modo in cui guardiamo le persone e la realtà.
La profondità che trasforma la persona
Nella prospettiva di Nicolás, l’educazione gesuita è chiamata a promuovere quella che definiva una “profondità di pensiero e di immaginazione”. Non si tratta soltanto di formare studenti capaci di ragionare bene, ma di fare in modo che ciò che apprendono possa progressivamente trasformare il loro modo di guardare il mondo.
Qui emerge con forza il legame con la tradizione ignaziana. L’esperienza educativa non termina nel momento in cui qualcosa è stato appreso: chiede di essere riletta, interrogata, collegata alla propria vita. È nel passaggio tra esperienza, riflessione e azione che la conoscenza può diventare realmente significativa.
Un problema sociale studiato sui libri può rimanere un concetto astratto oppure diventare una domanda sulla giustizia. L’incontro con una cultura differente può limitarsi all’acquisizione di nuove informazioni oppure mettere in discussione stereotipi e convinzioni. Una conoscenza scientifica può essere semplicemente memorizzata oppure generare nuove domande sulla responsabilità con cui utilizziamo ciò che sappiamo.
Educare alla profondità significa creare le condizioni perché questo secondo passaggio possa avvenire.
Per Nicolás, inoltre, la superficialità rende più difficile anche la solidarietà. Se guardiamo rapidamente la realtà, le persone rischiano di diventare categorie, numeri o immagini che scorrono davanti a noi. Approfondire significa invece lasciarsi interrogare da ciò che incontriamo, riconoscere la complessità delle esperienze altrui e comprendere che ciò che accade agli altri non è completamente separato dalla nostra vita.
Non sorprende, quindi, che Nicolás contrapponesse alla “globalizzazione della superficialità” la necessità di lavorare per una globalizzazione della profondità e della solidarietà: aprire la mente e il cuore, aiutando gli studenti a diventare persone capaci di comprendere un mondo interconnesso e di sentirsi responsabili al suo interno.
Una scuola che insegna a fermarsi
In questo scenario, la scuola possiede qualcosa di particolarmente prezioso: può offrire il tempo e lo spazio necessari per fare ciò che altrove diventa sempre più difficile. Leggere un testo senza passare immediatamente al successivo. Affrontare una domanda che non possiede una risposta semplice. Ascoltare un’opinione diversa senza sentire la necessità di reagire subito. Tornare su un’esperienza per comprenderla meglio. Cambiare idea quando ciò che abbiamo scoperto mette in discussione ciò che pensavamo di sapere.
La profondità non richiede necessariamente di rallentare tutto. Richiede piuttosto di riconoscere ciò che merita tempo.
È una distinzione importante anche per l’educazione contemporanea. Preparare i giovani a vivere nel loro tempo non significa proteggerli dalla tecnologia, dalla velocità o dalla complessità del mondo, ma aiutarli ad attraversarle senza esserne semplicemente trascinati. Significa formare persone capaci di utilizzare gli strumenti a propria disposizione mantenendo libertà di giudizio, attenzione e capacità di discernimento.
Questa prospettiva trova una continuità significativa nella proposta educativa della Fondazione Gesuiti Educazione. La stessa riflessione della Fondazione sulla cittadinanza globale riprende le parole di Nicolás e la necessità di aiutare gli studenti a diventare “persone intere”: capaci di aprire la mente e il cuore in un mondo nel quale il futuro di ciascuno è sempre più intrecciato con quello degli altri.
Forse è proprio qui che il pensiero di Adolfo Nicolás conserva una delle sue intuizioni educative più importanti. Di fronte alla superficialità, la risposta non è avere più informazioni. Non è nemmeno conoscere più velocemente. È sviluppare uno sguardo capace di andare oltre la prima impressione, collegare ciò che sappiamo alla realtà, interrogarci sulle conseguenze delle nostre scelte e lasciare che ciò che impariamo trasformi progressivamente il nostro modo di essere.
In un mondo nel quale quasi tutto può essere raggiunto in pochi secondi, educare alla profondità significa aiutare i giovani a scoprire che le cose più importanti richiedono ancora tempo: comprendere, scegliere, costruire relazioni, formare un giudizio e diventare la persona che si desidera essere.
Fonti
- Adolfo Nicolás SJ, Depth, Universality, and Learned Ministry: Challenges to Jesuit Higher Education Today, Mexico City, 23 aprile 2010.
- Fondazione Gesuiti Educazione, Cittadinanza globale.
- Compagnia di Gesù, La Pedagogia Ignaziana: introduzione alla pratica.
- Compagnia di Gesù, Le caratteristiche dell’attività educativa della Compagnia di Gesù.
ICAJE, Jesuit Schools: A Living Tradition in the 21st Century – An Ongoing Exercise of Discernment
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