Accompagnare chi educa: perché anche gli insegnanti continuano a imparare
Ogni giorno un insegnante entra in classe per accompagnare nuovi alunni nella loro crescita e nel loro apprendimento. Prepara lezioni, propone domande, osserva, ascolta, valuta, incoraggia. Ed è proprio mentre insegna che , continua a imparare: dagli studenti che cambiano, dalle domande che non aveva previsto, dalle difficoltà che chiedono nuove risposte e da una società che trasforma continuamente il modo di comunicare, conoscere e costruire relazioni.
Il 5 ottobre, Giornata Mondiale degli Insegnanti, offre l’occasione per riconoscere il valore di una professione essenziale per il futuro dell’educazione. Nel 2026, la ricorrenza internazionale richiama in particolare la necessità di proteggere, sostenere e valorizzare la professione docente in un mondo in rapida trasformazione.
Ma valorizzare un insegnante significa anche offrirgli la possibilità di continuare a crescere. Perché chi accompagna la formazione degli altri ha bisogno, a sua volta, di spazi nei quali interrogarsi, confrontarsi e rinnovare il proprio modo di educare.
Una professione che cambia insieme al mondo
Essere insegnanti oggi significa confrontarsi con trasformazioni che attraversano profondamente la scuola. Le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale modificano l’accesso alla conoscenza; le classi diventano sempre più articolate per esperienze, culture e bisogni; nuove fragilità emergono nella vita dei ragazzi e le competenze richieste dalla società evolvono rapidamente.
In questo scenario, l’aggiornamento professionale è indispensabile. Ma la formazione di un educatore non può esaurirsi nell’apprendimento di nuovi strumenti, metodologie o tecnologie. Esiste una domanda ancora più profonda: come cambia il nostro modo di educare quando cambia il mondo che gli studenti sono chiamati ad abitare?
Continuare a formarsi significa allora anche rileggere la propria esperienza, interrogarsi sulle scelte compiute, riconoscere ciò che funziona e ciò che necessita di essere trasformato. Significa accettare che l’esperienza accumulata negli anni non elimini la necessità di continuare a imparare.
Nella tradizione educativa della Compagnia di Gesù, l’insegnante non è considerato soltanto il depositario di un sapere da trasmettere. È una figura che accompagna lo studente nel suo percorso di crescita, contribuendo alla formazione della persona nella sua interezza. La pedagogia ignaziana pone particolare attenzione al contesto nel quale avviene l’apprendimento, all’esperienza dello studente, alla riflessione su ciò che viene vissuto e alla possibilità di tradurre quanto appreso in azione.
Questo processo riguarda lo studente, ma coinvolge inevitabilmente anche chi insegna. Un educatore è chiamato a osservare ciò che accade, interrogarsi sul proprio modo di agire e, quando necessario, modificarlo. La riflessione sulla pratica diventa così parte integrante della professionalità docente.
Formarsi significa rileggere l’esperienza
Uno degli aspetti più significativi della formazione ignaziana degli educatori è proprio la riflessività: la capacità di tornare sull’esperienza per comprenderla più profondamente.
Una lezione riuscita, una difficoltà incontrata con una classe, un colloquio con una famiglia, una domanda inattesa di uno studente possono diventare occasioni formative se trovano uno spazio nel quale essere rilette. In questa prospettiva, l’esperienza da sola non basta: è la riflessione sull’esperienza che la rende significativa e la trasforma in nuove scelte educative.
È una dinamica profondamente legata al paradigma pedagogico ignaziano: esperienza, riflessione e azione non costituiscono momenti isolati, ma parti di un processo che accompagna la crescita. Anche quella dell’adulto.
La formazione, inoltre, non avviene soltanto individualmente. Una scuola cresce quando gli educatori hanno la possibilità di condividere esperienze, domande, difficoltà e buone pratiche. Il confronto tra colleghi permette di uscire dall’isolamento che talvolta accompagna il lavoro dell’insegnante e di trasformare una pratica sviluppata in una singola classe in una risorsa per un’intera comunità educativa.
È anche per questo che, nella visione della Fondazione Gesuiti Educazione, la formazione degli educatori assume una dimensione di rete. Attraverso il CeFAEGI.EUM, il Centro di Formazione per l’Attività Educativa dei Gesuiti, vengono promossi percorsi progressivi e continuativi rivolti sia ai docenti di nuova nomina sia agli educatori con maggiore esperienza. Seminari, momenti di approfondimento e percorsi sulla pedagogia e sulla metodologia ignaziana diventano occasioni non soltanto per acquisire strumenti, ma per costruire un linguaggio educativo condiviso e sentirsi parte di una stessa missione.
Una tradizione che continua a interrogarsi
La formazione degli insegnanti occupa un posto centrale nella tradizione educativa gesuita perché l’identità di una scuola non vive soltanto nei documenti, nei programmi o nelle dichiarazioni di principio. Prende forma ogni giorno attraverso le persone che abitano le classi e costruiscono relazioni con gli studenti.
Padre Peter-Hans Kolvenbach ricordava come, in una scuola della Compagnia, la responsabilità della formazione morale e intellettuale ricada in ultima istanza sulla presona del docente, più che sui programmi o sulle attività proposte. È una responsabilità importante, che non può però essere vissuta come un compito individuale: richiede accompagnamento, confronto e una comunità professionale capace di sostenere chi educa.
Le Linee Guida per la formazione ignaziana della Fondazione indicano proprio la formazione permanente come una dimensione essenziale del percorso degli educatori e invitano a promuovere autoformazione, autovalutazione e riflessione sul proprio modo di comprendere e agire.
La tradizione, in questo senso, non è qualcosa da ripetere, ma qualcosa con cui continuare a confrontarsi per comprendere come rispondere alle domande educative del presente.
Forse una delle qualità più preziose di un insegnante non consiste nell’avere sempre la risposta giusta, ma nel conservare la disponibilità a farsi ancora delle domande: che cosa sta vivendo davvero questo studente? Perché una strategia che funzionava ieri oggi non funziona più? Che cosa posso imparare da ciò che è accaduto in classe? C’è qualcosa nel mio modo di insegnare che posso guardare da una prospettiva diversa?
Sono domande che non affievoliscono l’autorevolezza dell’educatore. Al contrario, sottolineano che al centro c’è il valore della relazione e raccontano una professionalità che non si considera mai definitivamente compiuta.
Perché insegnare significa certamente trasmettere ciò che si conosce, ma anche continuare a lasciarsi trasformare dagli incontri, dalle esperienze e dalle domande che ogni nuova generazione porta con sé.
Condividi
