Carlo Maria Martini: Il “cardinale del dialogo”
Teologo, gesuita e pastore
Carlo Maria Martini nacque il 15 febbraio 1927 a Orbassano, in Piemonte. Fin da giovane mostrò una forte inclinazione per lo studio e la spiritualità, unendo fin dai primi anni fede e ricerca intellettuale. Gesuita, biblista e teologo di rilievo internazionale, entrò nella Compagnia di Gesù a soli 17 anni, avviò un percorso che lo avrebbe portato a essere una delle figure più influenti del cattolicesimo contemporaneo.
Dopo la formazione filosofica e teologica, fu ordinato sacerdote nel 1952. Ottenne il dottorato in teologia fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana e successivamente un secondo dottorato al Pontificio Istituto Biblico con una tesi sul Codex Vaticanus, capolavoro di critica testuale. La sua competenza lo rese presto una figura di rilievo internazionale negli studi biblici. Nel 1969 divenne rettore del Pontificio Istituto Biblico e nel 1978 fu nominato rettore della Gregoriana, contribuendo a rinnovare il dialogo tra fede e cultura e a formare una generazione di teologi e studiosi.
Per Martini la Bibbia non era un testo da conservare, ma da vivere: un linguaggio che interpella, guida e trasforma. Il suo approccio segnò una svolta nel panorama teologico del Novecento, unendo la ricerca scientifica al discernimento spirituale secondo il carisma ignaziano del “cercare e trovare Dio in tutte le cose” elemento centrale della spiritualità ignaziana.
Alla guida della Chiesa ambrosiana
Il 29 dicembre 1979 papa Giovanni Paolo II lo nominò arcivescovo di Milano. La scelta, inaspettata per un biblista lontano dalle logiche di curia, fu un segnale di fiducia verso una Chiesa più capace di ascolto e di dialogo. Martini assunse ufficialmente l’incarico il 10 febbraio 1980 e da subito diede un’impronta nuova alla diocesi più grande d’Europa.
Nel 1980 istituì la Scuola della Parola, incontri mensili di lectio divina rivolti soprattutto ai giovani. L’iniziativa, che riempiva il Duomo di Milano, trasformò la lettura della Scrittura in un’esperienza comunitaria, diventando modello per molte diocesi in Italia e all’estero. Nel 1987 fondò poi la Cattedra dei non credenti, in dialogo con filosofi e intellettuali come Massimo Cacciari, anticipando un metodo strutturato di confronto tra fede e ragione su temi di etica, libertà e verità.
Il 2 febbraio 1983 fu creato cardinale con il titolo di Santa Cecilia in Trastevere. Da quel momento, Martini divenne una voce di riferimento non solo per la Chiesa italiana, ma anche per quella universale. Parlò di giustizia sociale, lavoro, povertà, dialogo interreligioso e ruolo dei laici, temi oggi centrali nella pastorale della Chiesa.
Il suo stile era caratterizzato da sapienza e profezia. Parlava con chiarezza ma senza rigidità, convinto che la fede dovesse misurarsi con la realtà. Promosse una Chiesa “in ascolto”, meno chiusa in sé stessa e più attenta alle domande dell’uomo moderno. Incontrò giovani, operai, studenti, credenti e non credenti, con un linguaggio capace di toccare la mente e il cuore.
Una visione universale
Durante gli anni della formazione nella Compagnia di Gesù, Carlo Maria Martini aveva espresso con convinzione il desiderio di essere inviato in missione, preferibilmente in Asia. Il suo sogno era quello di portare la Parola di Dio là dove il Vangelo era meno conosciuto, in contesti in cui l’annuncio cristiano si intrecciasse con culture antiche e tradizioni religiose differenti. Questo desiderio non nacque da un impulso idealistico, ma da una profonda consapevolezza del valore universale della fede e della necessità di costruire ponti tra popoli, lingue e visioni del mondo. Martini aveva sognato di essere missionario in Asia, ma la Chiesa lo chiamò a un’altra missione: quella del dialogo universale. Dunque, pur non partendo mai per terre lontane, mantenne viva la sensibilità per la dimensione internazionale della fede. Credeva in una Chiesa cattolica davvero “universale”, che non imponesse modelli ma imparasse dalle culture e dalle persone che incontrava.
Dopo le dimissioni da arcivescovo, nel 2002, si trasferì a Gerusalemme, città simbolo della fede e della complessità del mondo. Lì, nella casa dei gesuiti presso il Pontificio Istituto Biblico, trascorse lunghi periodi dedicandosi alla preghiera e allo studio dei testi sacri. Partecipò a incontri ecumenici e interreligiosi, convinto che la pace potesse nascere solo dall’ascolto reciproco e dal rispetto.
Gerusalemme divenne anche per Martini un laboratorio di pace. Incontri con rabbini, imam, teologi cristiani e studiosi di tutto il mondo gli permisero di alimentare il sogno di una convivenza possibile tra le fedi. Il suo impegno era discreto ma costante: non amava i gesti mediatici, preferiva la profondità del dialogo autentico e la forza della preghiera. Diceva spesso che la pace nasce prima di tutto “nel cuore che sa ascoltare e perdonare”, e questa convinzione permeò i suoi ultimi anni di vita.
Gli ultimi anni e l’eredità
Nel corso degli anni, Gerusalemme divenne per lui non solo una dimora, ma una vera e propria vocazione: un luogo dove la fede poteva essere vissuta nella sua dimensione universale, oltre le divisioni e i conflitti. Partecipava a incontri ecumenici e interreligiosi, e mantenne relazioni di dialogo con rabbini, imam e studiosi di tutto il mondo, fedele alla convinzione che la pace cominci sempre da un ascolto reciproco. La sua testimonianza, discreta ma costante, si trasformò in un messaggio di speranza e di riconciliazione, vissuto più attraverso la preghiera che attraverso la parola pubblica.
Tuttavia, colpito dal Parkinson, fu costretto a limitare le sue attività. Accettò la malattia con serenità, trasformandola in occasione di contemplazione e testimonianza. Tornò in Italia, alla residenza dei gesuiti di Gallarate, dove morì il 31 agosto 2012. Le esequie nel Duomo di Milano, presiedute dal cardinale Angelo Scola, furono seguite da migliaia di persone provenienti da tutto il mondo, segno tangibile della sua eredità spirituale e umana.
La sua eredità spirituale e intellettuale è oggi custodita e promossa dalla Fondazione Carlo Maria Martini, nata per preservare e diffondere il suo pensiero. Nei suoi archivi sono raccolti un vastissimo corpus di scritti: lettere pastorali, omelie, meditazioni, saggi biblici e interventi pubblici, che testimoniano la vastità della sua riflessione e la coerenza del suo cammino. Attraverso la Fondazione, Martini continua ancora oggi a dialogare con chi cerca nella fede un luogo di libertà e di intelligenza, e a ispirare generazioni di credenti e studiosi.
In un’epoca di rapide trasformazioni, Martini resta un punto di riferimento per la sua capacità di coniugare intelligenza e compassione, parola e silenzio, radicamento nella tradizione e apertura al futuro nel solco della spiritualità ignaziana e del dialogo tra fede e cultura.
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